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The Tempest, un incontro: Eduardo De Filippo e William Shakespeare


 

Due autori, un’opera e una nuova idea di teatro

 

Shakespeare nelle strade di Napoli

William Shakespeare fu un autore geniale che fece del teatro la sua vita. Lungo è l’elenco dei suoi capolavori, opere senza tempo, tradotte, allestite e messe in scena con le più diverse tecniche teatrali e cinematografiche. Ancora oggi, quando il sipario si chiude, i suoi testi lasciano lo spettatore immerso in un alone di magia e di sogno, ma lo pongono anche di fronte a temi sui quali riflettere e in cui cogliere i valori della vita. La vita di Shakespeare è avvolta nel mistero e nell’incertezza. Stephen Greenblatt in queste poche, sintetiche righe ci presenta Shakespeare come

A YOUNG MAN from a small provincial town – a man without independent wealth, without powerful family connection, and without a university education – moves to London in the late 1580s and, in a remarkably short time, becomes the greatest playwright none of his age alone but of all time. […] How is an achievement of this magnitude to be explained? How Shakespeare become Shakespeare? […][1].

 Si è certi che Shakespeare lasciò il paese natale verso la fine degli anni Ottanta e, come molti giovani ambiziosi del suo tempo, cercò fortuna a Londra e la trovò in breve tempo. Iniziò la sua carriera come attore, ma il suo impegno principale era fornire i copioni, scritti parte in versi e parte in prosa, che riflettevano colori, suoni e paesaggi della campagna inglese[2].

  Dal 1594 scrisse stabilmente almeno due drammi all’anno per la compagnia dei Lord Chamberlain’s. A circa trent’anni aveva già acquisito notorietà come attore, ma soprattutto come autore. Talento e popolarità crebbero negli anni e gli permisero di raccogliere, insieme alla compagnia, il capitale necessario per costruire nel 1599 il teatro Globe, nella zona a sud del Tamigi. La struttura del teatro non permetteva cambiamenti di scenografia o effetti di luce e le rappresentazioni erano esclusivamente diurne. L’attenzione dello spettatore era dunque conquistata attraverso la parola e la gestualità. Pubblico e attori non erano separati, come avviene nel teatro moderno, l’interazione era immediata: il monologo e l’aside[3] trasformavano gli spettatori in interlocutori diretti e attivi dell’azione scenica[4]. La compagnia dal 1603, con l’ascesa al trono di Giacomo I Stuart, cambiò il nome in King’s Men e in essa Shakespeare fu attore, autore ed amministratore, uno tra i maggiori esponenti anche negli impegni a corte.

Gli anni del primo decennio del Seicento furono particolarmente fecondi per la compagnia di Shakespeare. Londra era una metropoli pulsante di vita, dinamica nei commerci, ansiosa di divertimenti e una buona percentuale della popolazione frequentava i teatri almeno una volta alla settimana.

Pur nella impossibilità di definire una esatta cronologia del canone Shakespeariano, i copioni di genere drammatico prodotti da Shakespeare ai suoi esordi sono databili tra gli anni 1588–1599, l’ultima fase della carriera artistica di Shakespeare è databile tra il 1608 e il 1613.

L’ultima opera interamente realizzata da Shakespeare fu The Tempest. La prima rappresentazione del dramma fu quella allestita nel salone dei banchetti a Whiteall – residenza dei sovrani in Londra – in occasione della festività di Ognissanti del 1611. Il palazzo consentiva un allestimento con scenografie, inoltre la presenza di un complesso masque e trucchi scenici, induce a pensare che il dramma fosse stato concepito come spettacolo di corte; il masque stesso, di carattere epitalamico, si presume aggiunto l’anno successivo, quando il dramma fu rappresentato in occasione delle nozze della principessa Elisabetta – figlia del Re Guglielmo I – con Federico V, principe elettore e futuro Re di Boemia, nel febbraio del 1613. Inoltre il riferimento nel testo del dramma a relazioni di viaggio nel nuovo mondo, documenti che in Inghilterra iniziano a diffondersi nel 1610, confermerebbe che l’opera fu composta e rappresentata nel 1611[5]. Dopo aver terminato l’opera Shakespeare si ritirò a Stratford-upon-Avon dove morì qualche anno dopo nel 1616.

Nel 1623 John Heminge e Henry Condell, attori e amici che Shakespeare aveva citato nel suo testamento, pubblicarono la prima vera e propria edizione collazionata delle sue opere teatrali in Folio[6].

Le opere raccolte nel First Folio non sono presentate in ordine cronologico e, nel corso degli anni, gli studi approfonditi e meticolosi di filologi ed esegeti hanno reso possibile l’analisi e la ricostruzione del percorso intellettuale di Shakespeare.

Giorgio Melchiori nel suo studio relativo a The Tempest, precisa che

Registrata l’8 novembre 1623 dagli editori Blount e Jaggard fra i drammi mai precedentemente assegnati ad altri, The Tempest appare al primo posto nella grande raccolta in-folio di quell’anno, in apertura della sezione Comedies alle pagine 1-19. Data la sua posizione privilegiata, il testo è il più accurato dal punto di vista formale: diviso in atti e scene e perfino con una lista dei personaggi, ha lunghe e precise didascalie e la punteggiatura stessa è eccezionalmente corretta. Non v’è dubbio che si basi su una trascrizione del copista Ralph Crane fatta appositamente per la pubblicazione, tenendo presenti le esigenze del lettore piuttosto che quelle del teatrante[7].

  

Il testo The Tempest è seguito, nel First Folio, dai drammi composti da Shakespeare nell’ultimo periodo, i cosiddetti romances[8]. Questi presentano affinità dell’intreccio e alcuni tratti comuni quali l’ambientazione fantastica, il carattere fiabesco, la colpa e l’espiazione, il rapporto tra padri e figli risolto dalla magia, la giovinezza incorrotta che ricuce gli strappi generati dal peccato e da inizio a nuova vita. E ancora, l’amore contrastato da un antagonista – in genere il padre della fanciulla -  gli ostacoli da superare, il sospirato finale con il consenso paterno alla celebrazione del matrimonio. Anche The Tempest sembrerebbe rispettare tale struttura: Prospero apparentemente ostacola l’amore tra Ferdinando e Miranda; il clima romantico creato dall’idillio dei due innamorati è contrapposto alle scene comiche che vedono protagonisti il giullare Trinculo, il servitore ubriaco Stephano e il selvaggio Caliban. In realtà The Tempest presenta sostanziali differenze rispetto alle altre commedie di Shakespeare e la figura di Prospero concentra su di sé l’attenzione del pubblico mettendo in ombra le vicende dei due giovani innamorati, il cui matrimonio era già stato da lui pianificato ancora prima del loro incontro. Inoltre gli spettri del tradimento messo in atto tra membri della famiglia, dell’usurpazione, del regicidio e della vendetta - temi che ritroviamo in tutte le tragedie di Shakespeare - aleggiano su tutta la commedia. Opere come The Winter’s Tale, Cymbeline, The Tempest e The Two Noble Kinsmen sono qualitativamente differenti dalle prime commedie di Shakespeare e furono composte in un momento di transizione del teatro, con la richiesta da parte dell’esigente pubblico del Blackfriars di un nuovo genere. Le ultime opere di Shakespeare sperimentarono quelle che furono dette tragicommedie, il cui schema narrativo era caratterizzato da separazioni, sofferenze, il lieto fine con la riunione del nucleo familiare e la riconciliazione. Furono cosi definite da Fletcher:

A tragic-comedie is not so called in respect of mirth and killing, but in respect it wants deaths, which is inough to make it no tragedie, yet brings some neere it, which is inough to make it no comedie.[9]

Nei personaggi di Stephano, e di Trinculo, e dello spirito dell’aria Ariel, ritroviamo alcuni tratti della commedia dell’arte, tipica dell’Europa continentale e ben conosciuta in Inghilterra, la cui caratteristica peculiare è la gestualità nella recitazione, la valorizzazione del corpo e l’esibizione con salti, capriole alla maniera dei funamboli[10]. È interessante notare che il nome di Trinculo deriva da trincare, e nel Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile[11], ricorre più volte la forma verbale trincare e il sostantivo trincole, nella decima novella della prima giornata La vecchia scortecata; il nome Stephano, sempre nel testo di Basile, ricorre nell’accezione di stomaco: “Ma, venuta l’ora de n’chire lo stefano […]”, nell’Introduzione alla seconda giornata[12].

 Immagino quel pubblico ansioso di novità, mentre sale lo scalone di pietra dell’antico monastero Blackfriars trasformato in teatro coperto illuminato dalla calda luce delle candele, per assistere alla nuova commedia di Shakespeare The Tempest, e per partecipare ad una straordinaria esperienza teatrale. Un teatro con una struttura architettonica nuova nella quale sicuramente Shakespeare seppe valorizzare con vitalità il potenziale dello spazio nella commedia e sfruttare tutte le possibilità scenografiche necessarie alla realizzazione di un masque[13] di corte, non attuabile in teatri aperti come il Globe.

L’azione si svolge in un tempo e in un luogo indefiniti, perché l’isola incantata non ha una esatta collocazione geografica. Shakespeare non fornisce indizio alcuno al fine di contestualizzare Milano e Napoli, i regni di Prospero e Alonso, in una definita dimensione storica. L’indefinito, l’alone di magia, i suoni dell’isola, i songs, gli spiriti e le ninfe catturano, coinvolgono lo spettatore e lo fanno sentire protagonista quasi come se fosse lì sul palcoscenico. L’arte magica di Prospero, come quella del drammaturgo, consiste nel creare illusioni, evocare un senso di rispetto frammisto a timore e, soprattutto, pronunciare quella sorta di formula magica capace di suscitare nel pubblico la forte sensazione di avere visto qualcosa che trascende la vita di ogni giorno. Queste caratteristiche hanno reso The Tempest un’opera versatile che ha avuto e continua ad avere fortuna e vitalità nelle rappresentazioni. Il dramma continua ad essere recepito come una commedia magica che suscita meraviglia e stupore in ogni nuovo contesto teatrale, in ogni nuovo spazio di allestimento, che bene si adatta alla messa in scena in una variegata gamma di media; ci fa riflettere come la sua presenza alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici e Paraolimpici del 2012 ha sottolineato il suo posto di diritto in un contesto di tecnologia estrema: Shakespeare aveva progettato i meccanismi scenici come se avesse presagito la tradizione spettacolare delle future rappresentazioni della sua opera.

 

Una sera del 1904, al teatro Valle[14] di Roma, era in scena la parodia di una famosa operetta, La Geisha[15], dove un piccolo attore di appena quattro anni entrava sul palcoscenico portato in braccio. Il bimbo era abbagliato dalle luci dei riflettori, ma non era affatto intimorito e chissà per quale motivo si mise a battere le manine e il pubblico intenerito rispose con un lungo e caloroso applauso: il primo di una lunga vita dedicata al teatro e fatta di applausi[16]. Trecentotrentasei anni dalla nascita di William Shakespeare, a Napoli il 24 maggio 1900 si affaccia sulla scena della vita Eduardo De Filippo, attore e drammaturgo, che diede la voce a Napoli, la sua città, un punto fermo e immutato per tutto l’arco della sua carriera, dove ambientò quasi tutte le sue commedie. Egli diede la voce a quei vicoli pulsanti di vita, a quella città dalle mille sfaccettature e contraddizioni, che per Eduardo fu fonte di caratteri umani e materiale scenico. Sin da giovanissimo visse il teatro e a circa trenta anni aveva raggiunto la notorietà sia come attore sia come autore.

Se scarse sono le notizie e le testimonianze riguardo a Shakespeare, pazientemente ricostruite dagli studiosi anche attraverso le sue opere, lo stesso processo di ricostruzione degli anni giovanili di Eduardo è stato realizzato attraverso pochi frammenti, l’ambiente familiare e culturale del tempo. Eduardo non amava le date e neppure le biografie, tanto che scoraggiò sempre chi gli manifestava l’intenzione di scrivere della sua vita. Lui stesso non scrisse mai un’autobiografia, non teneva un diario e risultano scarse anche le annotazioni autobiografiche nei vari scritti e conferenze. Eduardo sul palcoscenico esprimeva i suoi pensieri, nelle sue commedie ritroviamo quello che voleva che rimanesse di lui. Il resto è silenzio.  Il suo modo di fare teatro era legato alla sua presenza sulla scena, la sua recitazione e la sua singolare figura teatrale. Eduardo si esprimeva attraverso l’espressione corporea, il modo di essere, di parlare e comunicare con il pubblico. Ha saputo dare risonanza al teatro napoletano, ha unito la tradizione ottocentesca e la poetica neorealistica sia con l’uso del dialetto, sia con la vivace rappresentazione della vita popolare, con gli ambienti di dolorosa miseria, portando in scena l’uomo comune che lotta per la sopravvivenza,  si scontra con le difficoltà e le sofferenze della vita quotidiana, che è disponibile a compromessi e sotterfugi, ma mantiene anche viva una profonda dignità, un’umanità incoercibile che prevale nonostante la precarietà e l’incertezza che accompagnano il suo agire. Identità, illusione, follia, l’equilibrio fra queste componenti ha reso indimenticabile il teatro di Eduardo.

Gli anni scorrevano veloci, alla stagione della maturità si sostituì quella della vecchiaia dalla quale, nonostante i problemi di salute legati all’età, Eduardo trasse nuova forza per interpretare, sera dopo sera, i suoi personaggi.

Tenne lezioni di teatro e seminari di drammaturgia. Per la prima volta un attore e drammaturgo metteva il suo talento e la sua lunga esperienza a disposizione dei giovani. Il 18 novembre 1980 l’Università “La Sapienza” di Roma gli conferì la laurea honoris causa; il 26 settembre 1981 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nominò senatore a vita. A fine anni Quaranta Eduardo aveva acquistato l’isola di Isca nel Golfo di Salerno, il buen retiro dove rifugiarsi, riposare e trovare l’ispirazione per scrivere, lì trascorse l’estate del 1983 e la dedicò a tradurre The Tempest di William Shakespeare, a seguito della proposta dell’Editore Giulio Einaudi. Eduardo non conosceva la lingua inglese ma lo aiutò la moglie Isabella preparando una traduzione letterale, dalla quale ricreò La Tempesta traducendola in dialetto napoletano del Seicento. Registrò anche un nastro audio, modulando la sua voce, adattandola ai diversi personaggi – tranne la voce di Miranda affidata all’attrice Immacolata Piro – sostenendo dialoghi a due e a tre personaggi.

Tra le tante ed indimenticabili opere di Eduardo De Filippo, la traduzione de La Tempesta è l’ultimo lavoro che ci ha lasciato. Il 31 ottobre 1984 il mondo del teatro e della cultura gli diede l’addio:

“Io ho sempre considerato la terra, il mondo una sala d’aspetto di un dentista dell’Ottocento […] E in questa sala d’aspetto c’erano mille distrazioni […] Ed uno stava lì in mezzo a tutte queste distrazioni e aspettava […] Noi ci dobbiamo distrarre in qualche modo […] Quindi qualcosa la dobbiamo fare, non possiamo stare senza far niente. E il dono che abbiamo avuto, di aver capito questo, ha fatto nascere Michelangelo, Picasso, Morandi, che hanno avuto delle soddisfazioni. E poi se ne vanno all’altro mondo e ti saluto! E viene la nuova generazione: il punto di arrivo, il punto di partenza”[17].

Con queste parole, rivolte agli studenti che seguivano le sue lezioni di teatro tenute all’Università La Sapienza di Roma, Eduardo espresse il suo punto di vista riguardo la prospettiva esistenziale: il punto di arrivo di un uomo è la sua nascita, il punto di partenza è la morte vista come congedo dal mondo ma anche punto di partenza per la generazione successiva. The Tempest di Shakespeare può essere interpretata non solo come il suo congedo dal teatro, ma anche l’inizio di un nuovo modo di fare teatro, così come si può dedurre anche dalle parole di Eduardo. Per entrambi i nostri autori, lontani tra di loro nel tempo, nella cultura e nel contesto sociale, il teatro era la vita e perciò essi hanno vissuto attraverso il teatro, inteso come esperienza che vede lo spettatore o il lettore parte attiva e recettiva e gli trasmette gli strumenti del conoscere.

 



[1] [Un giovane di una piccola città di provincia – un uomo senza un patrimonio personale, senza potenti legami familiari, e privo di un’istruzione a livello universitario – arriva a Londra verso la fine degli anni ottanta e, in un tempo straordinariamente breve, diventa il più grande drammaturgo non solo della sua epoca ma di tutti i tempi […] Come si spiega la conquista di una tale fama? In che modo Shakespeare divenne Shakespeare?]. Greenblatt, Stephen (2005), Will in the world. How Shakespeare became Shakespeare, W. W. Norton & Company, New York; anche in edizione italiana Greenblatt, Stephen (2016), Shakespeare: Una vita nel teatro, Garzanti, Milano [Will in the world. How Shakespeare became Shakespeare, W. W. Norton & Company, New York, 2005; trad. It. di C. Iuli]

[2] Ibid.

 

 

[3] L’aside è un espediente teatrale, con funzione di commento, con il quale l’attore si rivolge direttamente al pubblico dando l’impressione di non essere udito dagli altri attori presenti sulla scena.

[4] Melchiori, Giorgio (1994), Shakespeare, Laterza & Figli, Roma-Bari.

[5] Melchiori, Giorgio (1994), Shakespeare, Laterza & Figli, Roma-Bari.

[6] Il termine indica un particolare formato di un foglio di carta di grandi dimensioni. Il foglio era piegato in due per ottenere due pagine e quattro facciate. Con questo termine ci si riferisce anche al volume stesso. Nei secoli   sedicesimo e diciassettesimo l’uso di questo formato di stampa era solitamente riservato a libri quali le raccolte di sermoni, traduzioni eminenti, opere filosofiche, etc. Raramente le opere teatrali erano stampate in Folio.

[7]  Melchiori, Giorgio (1994), Shakespeare, Laterza & Figli, Roma-Bari, p. 614.

[8] Il romanzo cavalleresco era maturato nella Francia settentrionale del XII secolo ed ebbe il suo esponente in Chrétien de Troyes, s diffuse nei paesi germanici nel secolo successivo e in Inghilterra verso la fine del XIII e nel corso del XIV secolo. Due i filoni tematici, quello bretone, raffinato e mondano, intriso di magia e appassionati amori la cui figura eroica era rappresentata da re Artù e i suoi cavalieri, e quello carolingio a carattere epico e guerriero, incentrato sulle gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini. I romances d’inizio Trecento presentano temi avventurosi, imprese compiute per amore, vendetta, riconquista dei diritti ingiustamente usurpati. Bertinetti, Paolo, a cura di (2000), Storia della letteratura inglese. Dalle origini al Settecento, volume I, Einaudi, Torino.

[9] [Una tragi-commedia non è così definita in quanto espressione sia di comicità che drammaticità, ma in quanto l’elemento drammatico non la rende tragedia, e l’elemento comico che contiene, non la rende commedia], in Beaumont, Fletcher, The Dramatic Works in the Beaumont and Fletcher Canon, 10 vols, Fredson Bowers, Cambridge. John Fletcher (1579-1625) drammaturgo inglese, collaborò con Francis Beaumont (1585-1616) e altri drammaturghi alla scrittura di commedie e tragedie tra il 1606 e il 1625. Iniziò a lavorare con il Beaumont probabilmente tra il 1607 e il 1613 inizialmente per i Children of the Queen’s Revels, successivamente con i King’s Men nei teatri Globe e Blackfriars.

[10] Alonge, Roberto/Perrelli, Franco (2015), Storia del teatro e dello spettacolo, UTET Università, Torino.

[11] Tomaiuolo, Saverio, “Something rich and strange”: Eduardo De Filippo translating The Tempest, in Traduttologia, I, 2, 2006, p. 121-132.

[12] Basile, Gianbattista, Lo cunto de li cunti, Rak, Michele a cura di, Garzanti (1998), Milano, p. 98 e 128; Basile, Gianbattista, Il racconto dei racconti, Burani, Alessandra/Guarini, Ruggero a cura di, [Lo cunto de li cunti, trad.it. Ruggero Guarini], Adelphi (2010), Miano, p. 136 e 176, nota 34, p. 180.  Gianbattsta Basile (1575-1632), scrisse opere n lingua e in dialetto napoletano; la raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti fu pubblicata postuma nel 1634-1636.

[13] Masques erano gli intrattenimenti tenuti a corte durante il regno di Giacomo I. Univano musica, danza e mimica con costumi spettacolari e scenografie mobili che richiedevano meccanismi complessi, fondali disegnati, illuminazione e suoni. Nell’opera The Tempest è presente una scena assimilabile al masque, nell’Atto IV, scena I, che coinvolge le dee Iris, Cerere and Giunone che celebrano l’amore di Miranda e Ferdinando.

[14] Il teatro Valle, situato tra il Pantheon e Piazza Navona, era uno dei più importanti teatri di Roma. Un’elegante platea, cinque giri di palchi impreziositi dalle cornici dorate, un grande lampadario di cristallo.

[15] La Geisha, operetta in due atti composta da Sidney Jones, libretto di Owen Hall, liriche di Harry Greebank, Fu messa in scena nel 1896 al teatro Daly di Londra con allestimento di George Edwardes.  L’azione si svolge in Giappone, l’operetta narra gli intrecci amorosi e gli scambi di persona che porteranno al lieto fine che vedrà il ricomporsi delle coppie dei giovani innamorati.

[16] Giammusso, Maurizio (2009), Vita di Eduardo, Minimum fax, Roma.

 

[17] De Filippo, Eduardo (1986), Lezioni di teatro all’Università di Roma La Sapienza, Einaudi, Torino, p. 133.

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