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L'importanza del bagnare una pianta quando è ancora seme

"L'importanza del bagnare una pianta quando è ancora seme."

Scuola, in greco antico, significava svago della mente, studium, il punto in cui la passione perseguiva uno scopo più alto. Lo studium, per i latini, era lo zelo, la capacità di un individuo di applicarsi con impegno, l'obiettivo da raggiungere con la mente. Percorrendo le nostre radici fino ai cardini di quella culla che sorregge, intera, la nostra civiltà, scopriremo che la σχολή era il tempo libero cui l'individuo sceglieva di dedicarsi.


Niente di obbligatorio, dunque, di burocratico, di organizzativo: niente riunioni il martedì pomeriggio, niente pof da stendere ad inizio anno, nessun programma da seguire, presenze da rispettare o crediti da raggiungere. Scuola esisteva per se stessa, era il bagaglio che, un individuo, sceglieva di possedere unicamente per sé.
E' evidente che un concetto di istituzione totalmente avulso da ogni contingenza e finalità pratica, si muoverebbe anacronisticamente all'interno del XXI secolo e, infatti, non è su un'idea utopistica di società che questo scritto intende appoggiarsi.
Italo Calvino scriveva che, dalla diffusione del sapere, ha solo da perdere quel paese che demolisce l'istruzione. Forse è proprio questo il punto: che, per distruggere l'anacronia di quella scuola platonica o aristotelica da intendersi come piacere in sé, abbiamo finito per annientarla dall'interno. Quando l'eccessiva burocrazia è penetrata nella passione, l'ha trasformata in un processo meccanicistico di ammissione, verifiche, promozione, diploma.
L'orizzonte della passione, dello zelo, dell'impegno, della comunicazione interna, si è eclissato dietro la campana che suona alle 8.20.
Paola Mastrocola, di professione, fa la scrittrice e, per passione, insegna. Qualcuno, qui, forse, potrebbe pensare che ho invertito i termini, che ho sbagliato a digitare -che intendevo dire che, per passione, scrive e, di professione, insegna. No, non ho sbagliato, intendevo dire proprio questo -che Paola Mastrocola, io, me la immagino che fa σχολή, non scuola.

Qualche mese fa era tornato l'autunno, erano ricominciate le scuole ed io, aggirandomi in uno di quei negozi di libri usati, sono stata catturata da una copertina rossa.
"Sono un'insegnante di lettere e vorrei continuare a fare il mio mestiere." Queste le parole con cui si apriva quella copertina rossa.
La scuola raccontata al mio cane, Paola Mastrocola, casa editrice Guanda, 2004 -queste le coordinate di quella copertina rossa.
Sarà perché io studi Lettere, sarà perché il mondo della scuola lo senta eccessivamente vicino a me, sarà perché, in quei giorni, proseguissero instancabili le polemiche sul DDL Buona Scuola, sarà perché per i cani io abbia una vera e propria passione, -quella copertina rossa l'ho portata alla cassa.
Nel 2004, quando il libro è stato edito, le polemiche non erano ancora per la Buona Scuola, nel 2004 era da poco stata varata la Riforma Moratti. Nel 2004 c'era "Top of the pops" al pomeriggio, Marco Masini che vinceva Sanremo, Zuckerberg che creava Facebook, le olimpiadi di Atene e qualcuno, una donna, una scrittrice, un'insegnante, poi, che si chiedeva come avessimo fatto a smarrire la scuola.
E non importa che siano trascorsi dodici anni, che Top on the Pops non venga più trasmesso, che Zuckerberg sia diventato uno degli uomini più ricchi al mondo, che, di olimpiadi, nel frattempo, ce ne siano state in mezzo altre tre: non importa che la Moratti abbia lasciato il trono ad un altro ed un'altra ancora, che qualcuno di noi fosse alle elementari, nel 2004, e, nel frattempo, si sia laureato.

Non importa perché la riflessione della Mastrocola, nelle sue centonovantuno pagine, non è politica né istituzionale: è, anzi, una riflessione atemporale, antropocentrica, che in sé nasce e in sé ritorna.
Come abbiamo potuto allontanare il perno della scuola dall'individuo? Come abbiamo permesso che il lavoro più nobile ed antico divenisse il più screditato?
"Se una cosa ci piace, vogliamo trasmetterla per una sorta di contagio. Il verbo "trasmettere" viene da trans+mittere, mandare di là. Mandiamo di là cose che, qualcuno, prima di noi, in un tempo passato, ha amato e, per questo, tramandato. Condividere, mandare di là, significa percepire il tempo che corre e capire di far parte di un mondo molto più grande del nostro limitato universo."
Paola Mastrocola plana dall'alto con lo sguardo irriverente di chi si sente tappata in una società che non dà importanza ai valori. Un ossimoro.
Cosa succede ai valori, che di importanza sono fatti, quando li si spoglia di centralità? Cadono.
E così che la sua penna, intinta in un inchiostro color satira amareggiata, scrive del terremoto dell'istituzione scolastica e, poi, tra la macerie, cerca di salvare tutte quelle vettovaglie che, dall'urto, ne sono uscite ammaccate: l'istruzione, la cultura, una professione, una passione, un patrimonio, una tradizione, l'importanza di faticare.
Ammaccate, ma non morte, forse. E morte non lo saranno, finché esisteranno -e resisteranno- combattenti invisibili in grado di ergersi contro i monsoni delle riforme che svuotano; miliziani che, inermi, correranno contro il vento che alza i deserti millenari e, a piedi nudi sui braceri ardenti, ne riporranno ogni granello al proprio posto.
L'Italia, culla del Rinascimento, dello Stilnovo, di Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, del viaggio di Dante, delle cento novelle del Boccaccio, della metrica dell'Eneide, di Ovidio e delle sue elegie: l'Italia madre del Petrarca, del naufragare dolce in questo mare, dei paladini di Ariosto, del viaggio di Astolfo sulla luna, di Giotto, Cimabue, Michelangelo, del Bernini. Italia e Leonardo da Vinci, Italia che ascoltava le lacrime di Rita Levi Montalcini mentre veniva al mondo, Italia che mostrava le proprie stelle al cannocchiale di Galieo Galiei, Italia ed Enrico Fermi, la pila di Volta, il verso di Montale, la radio di Marconi.
Italia, come possiamo scordare questa grandezza, accantonare di farne parte, scordare l'importanza di studiare le origini, la classicità, le radici in cui affondiamo?
Come è possibile dimenticare che è proprio questa scuola, questo continuo screditato mestiere, quello studio, quell'applicazione, quel retroterra culturale, la prima istanza di formazione dei cittadini di domani?

Enea, per primo, è arrivato da Troia ai lidi italici e ci è arrivato per tutti coloro che credono all'importanza di trans+mittere, passare oltre, mandare di là. A tutti coloro che hanno voglia di imparare e di insegnare, di aiutare e di appassionare: di far penetrare negli animi ancora teneri l'importanza di tenersi saldi a quel che siamo mentre i venti agitano le maree e sbattono da ogni parte.
La consapevolezza che l'unica vera libertà sia quella della mente, delle idee, delle ideologiche: anche se utopistiche, anche se anacronistiche, anche se idealistiche, illusorie, chimeriche.
L'unica cosa che ci rimane stretto, forse, altro non è se non se stessi, quella meraviglia che scaturisce dall'avere fermo un obiettivo e vederlo realizzato, aiutati, magari, in questo, da tutti coloro che annaffiano la pianta quando è ancora seme.

 

Di Miriam Fregomeni 

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