Ha senso fare ripetizioni?
Molti genitori, almeno una volta, se lo sono chiesto: ha davvero senso fare ripetizioni?
C’è chi sostiene che dovrebbe essere la scuola a occuparsi completamente del recupero delle difficoltà scolastiche e chi invece, più pragmaticamente, decide di investire in un supporto esterno per aiutare il proprio figlio a stare al passo.
Ma nel mezzo di questo dibattito ci sono gli studenti.
E spesso sono proprio loro a vivere le ripetizioni in modi completamente diversi.
C’è chi le percepisce come un’imposizione:
“Ho già fatto scuola tutto il giorno, perché devo continuare anche il pomeriggio?”
E c’è chi invece le vive come una vera ancora di salvezza. Per alcuni ragazzi, senza un supporto personalizzato, recuperare da soli diventa troppo difficile, troppo pesante, a volte quasi impossibile.
Dal nostro osservatorio di Il Cubo, dopo anni di lavoro con studenti di età e scuole diverse, ci siamo accorti che il mondo delle ripetizioni è molto più complesso di quanto sembri.
Per questo abbiamo iniziato a ragionare su due grandi dimensioni:
- la frequenza delle lezioni;
- il grado di autonomia sviluppato dallo studente.
La frequenza: ogni studente ha un bisogno diverso
Non esiste una formula universale.
Ci sono studenti che usano le ripetizioni “spot”, solo quando serve:
- prima di una verifica;
- durante un periodo difficile;
- per recuperare un argomento specifico.
Altri invece lavorano con una frequenza media, ad esempio:
- 2 o 3 ore a settimana;
- distribuite su due giorni;
- come supporto costante.
E poi ci sono situazioni più intense:
- studenti con forti lacune;
- percorsi di recupero;
- preparazioni a esami;
- ragazzi che hanno perso fiducia e necessitano di continuità.
In questi casi si può arrivare anche a più incontri settimanali.
Il vero punto: quanto è autonoma la lezione?
Qui però arriva la parte più interessante.
Non tutte le ripetizioni sono uguali.
Anzi, spesso il problema non è quante ore si fanno, ma come vengono fatte.
Esistono lezioni dove:
- il docente praticamente “fa i compiti” allo studente;
- semplifica tutto;
- prepara riassunti pronti;
- guida ogni passaggio.
Nel breve periodo questa soluzione può sembrare efficace.
Lo studente prende magari anche un voto sufficiente.
Ma nel lungo periodo rischia di diventare dipendente dalla ripetizione.
Dall’altra parte esistono percorsi molto più orientati all’autonomia:
- comprensione del metodo;
- organizzazione dello studio;
- gestione del tempo;
- tecniche per affrontare quella specifica materia;
- costruzione della sicurezza personale.
In questo caso la ripetizione non serve solo a “superare la verifica”, ma a ridurre progressivamente il bisogno stesso della ripetizione.
Le quattro grandi tipologie di ripetizione
Incrociando frequenza e autonomia, emergono situazioni molto diverse.
1. Alta frequenza + bassa autonomia
È il caso più delicato.
Lo studente usa molte ore ma resta dipendente dal docente.
2. Alta frequenza + alta autonomia
Situazione tipica di:
- percorsi intensivi;
- recuperi importanti;
- preparazioni esami.
Le ore sono tante, ma servono per costruire metodo e indipendenza.
3. Frequenza spot + bassa autonomia
La classica “lezione tappabuchi”.
Può funzionare nell’emergenza, ma raramente risolve il problema alla radice.
4. Frequenza spot + alta autonomia
Probabilmente il modello più sostenibile:
pochi incontri mirati, molto lavoro personale, buona capacità organizzativa.
Quindi: le ripetizioni servono oppure no?
La risposta più onesta è:
dipende da come vengono utilizzate.
Le ripetizioni possono diventare:
- un semplice “cerotto” temporaneo;
- oppure uno strumento per costruire autonomia, metodo e sicurezza.
La differenza la fanno:
- il tipo di docente;
- il metodo utilizzato;
- il coinvolgimento dello studente;
- gli obiettivi del percorso.
E soprattutto una domanda:
stiamo cercando qualcuno che “faccia andare avanti” il ragazzo… oppure qualcuno che gli insegni davvero come camminare da solo?