Il futuro dei giovani non si cambia protestando: si costruisce imparando a giocare la partita.

Una rilettura delle “14 azioni” di Luca Foresti.

 

Nel novembre 2020 Luca Foresti pubblicava su Econopoly l’articolo Il futuro dei giovani passa per una (sana) ribellione e 14 azioni. Il suo invito era netto: i giovani avrebbero dovuto ribellarsi al mondo ricevuto in eredità, abbandonare alcune comodità e assumersi la responsabilità del proprio futuro. 

Quell’articolo aveva un merito importante: rifiutava la passività. Invitava a studiare, lavorare, partire, fare impresa, entrare nella politica, denunciare le illegalità e non accettare in silenzio ciò che non funziona.

Alcune indicazioni, però, oggi mi sembrano troppo assolute.
Altre rischiano di essere ideologiche, idealistiche o semplicemente utopistiche.
Un giovane non può essere contemporaneamente autonomo, sempre in formazione, già imprenditore, genitore, politico, attivista e protagonista del cambiamento. Non si può fare bene tutto nello stesso momento e non ogni problema collettivo può essere risolto dalla volontà del singolo.

La vera alternativa alla passività, quindi, non è la protesta permanente. È la costruzione concreta.
Non si cambia un gioco da tavolo inventando ogni volta le regole che fanno più comodo o protestando contro quelle che non piacciono. Prima bisogna conoscere le regole, comprenderne i meccanismi, individuare gli spazi di manovra legittimi e imparare a giocare meglio. Solo così, quando si acquisisce il peso necessario, si può provare a modificare il gioco.

Questa è la mia rilettura delle azioni proposte da Foresti:

1. Uscire di casa, senza abbandonare lo studio
Uscite dalla casa dei vostri genitori il prima possibile e cercate di mantenervi da soli, ma non usate questa scelta come scusa per smettere di studiare.
L’autonomia abitativa non deve essere un gesto simbolico o una prova di maturità da superare a qualsiasi costo. Deve essere parte di un percorso di crescita. Se per uscire di casa si rinuncia alla formazione, si accetta qualunque lavoro e si rinuncia a costruire il proprio futuro, si rischia di sostituire una dipendenza con un’altra.

2. Lavorare presto, senza usare né il lavoro né lo studio come alibi
Iniziate a lavorare presto, anche mentre studiate, per costruire la vostra autonomia economica. Non usate lo studio come scusa per rimandare indefinitamente il lavoro, così come non usate il lavoro come scusa per abbandonare gli studi.
Studio e lavoro non devono diventare alibi contrapposti. Devono sostenersi a vicenda, per quanto possibile. Non tutti potranno conciliare tutto nello stesso modo, ma l’idea di fondo deve rimanere: costruire competenze e autonomia contemporaneamente, senza nascondersi dietro una sola delle due attività.

3. Andare all’estero senza disprezzare ciò che è vicino
Andate all’estero per studiare e lavorare seriamente: non trasformate un percorso di formazione in una vacanza prolungata. Apritevi a lingue, culture e modi di vivere diversi, ma non dimenticate la vostra cultura e imparate a conoscerla bene.
Non disdegnate ciò che avete vicino soltanto perché è vicino. La distanza non rende automaticamente più preziosa un’esperienza e viaggiare non equivale, da solo, a formarsi. L’estero può ampliare lo sguardo, ma non dovrebbe diventare un modo per ignorare la storia, le opportunità e i problemi del proprio Paese.

4. Pretendere qualità e imparare a usare il sistema
Pretendete una formazione di qualità, ma non illudetevi di cambiare il sistema soltanto protestando contro di esso.
Studiate a fondo le regole della scuola, dell’università e delle istituzioni. Comprendete le procedure, utilizzate gli strumenti disponibili, fate proposte, partecipate e individuate gli spazi di manovra legittimi. La denuncia pubblica può essere necessaria in alcuni casi, ma non può diventare una strategia di vita.
Il sistema non si vince contestando ogni regola: si vince conoscendola e imparando a muoversi al suo interno. Questo non significa accettare tutto passivamente, ma scegliere il momento e il modo più efficace per incidere.

5. Fare impresa partendo da ciò che manca
Non fondare aziende a caso. Osserva ciò che manca o che viene offerto male, individua un bisogno reale e verifica che esista una domanda. Solo dopo trasforma l’idea in un progetto concreto, innovativo e sostenibile, capace non solo di nascere, ma anche di crescere e durare.
Fare impresa non significa semplicemente desiderare di essere imprenditori. Significa vedere un problema, costruire una soluzione e assumersi la responsabilità di portarla sul mercato. Prima vengono la consapevolezza, l’idea e l’azione; poi il consolidamento e la capacità di durare. È un percorso che ho approfondito anche nel mio manuale Imprenditore a 8 anni.

6. Costruire una famiglia senza fretta, ma anche senza rimandare all’infinito
Se siete in dubbio, fate figli e costruite una famiglia ma dopo aver avviato concretamente il vostro percorso di studio, lavoro e autonomia. Non aspettate di avere una vita perfetta o ogni problema risolto: quel momento potrebbe non arrivare mai.
Non potete però pensare di fare bene tutto nello stesso momento. Alcune basi devono essere costruite prima; il resto potrà essere completato insieme alla famiglia. L’obiettivo non è raggiungere una stabilità assoluta, ma evitare che l’attesa della condizione ideale diventi una scusa per rimandare ogni scelta.
Crescete i vostri figli rendendoli autonomi, responsabili e coraggiosi.

7. Entrare nella politica e nelle istituzioni per servire la comunità
Entrate nella politica e nelle istituzioni, anche attraverso ruoli e professioni pubbliche, solo se volete davvero mettere competenze, tempo ed energie al servizio della comunità. Non fatelo per denaro, arrivismo o per ottenere un posto fisso.
La politica e lo Stato non si cambiano soltanto protestando dall’esterno: si cambiano anche conoscendone regole e meccanismi e lavorando dall’interno. L’inesperienza si può colmare con studio, ascolto e impegno; ciò che non dovrebbe mancare è la responsabilità verso le persone che si rappresentano.
Entrare nel sistema, però, non significa lasciarsi corrompere dal sistema. L’obiettivo è incidere senza diventare una delle sue mele marce.

8. Non diventare complici dell’illegalità, senza fare gli eroi a ogni costo
Non accettate né alimentate l’illegalità, ma non pensate che per combatterla dobbiate denunciare pubblicamente ogni episodio.
Il primo atto di responsabilità è non diventarne complici: chiedete fattura o ricevuta, pretendete un contratto regolare, rifiutate il lavoro nero e pagate in modo tracciabile.
Chiedere la fattura non significa assecondare l’evasione: significa rifiutarsi di parteciparvi e sottrarle spazio.

Se la richiesta viene rifiutata, rinunciate al servizio. Nei casi gravi, sistematici o dannosi per altri, segnalate la situazione alle autorità competenti. La regolarità quotidiana è già una forma concreta di contrasto all’illegalità; la denuncia deve rimanere uno strumento da usare quando realmente necessario.

9. Prima provare a migliorare, poi cambiare
Non abbandonate al primo ostacolo un lavoro, un progetto, un ambiente o una relazione. Prima cercate di comprenderli a fondo e di migliorarli con impegno, dialogo e strategie concrete: nel lavoro, non soltanto per voi ma anche per gli altri; nelle relazioni, insieme al partner.
Se, dopo aver fatto seriamente la vostra parte, non esistono più margini o reciprocità, allora cambiate: non siete alberi.
Non inseguite il posto, il progetto o il partner perfetto. La ricerca infinita alimenta frustrazione e impedisce di costruire. Questo non significa restare in situazioni di abuso, violenza, illegalità o grave pericolo: in quei casi bisogna proteggersi e andarsene.

10. Non pensare di poter salvare da solo un sistema malato
Riconoscete il valore dei beni e dei servizi pubblici, ma non illudetevi di poter risanare da soli un sistema malato.
Se avete una possibilità concreta di migliorarlo, fatelo. Se non avete strumenti reali per incidere, accettate il limite e concentrate le vostre energie su ciò che potete davvero cambiare. Non ogni fallimento collettivo è una colpa individuale e nessun giovane dovrebbe sentirsi obbligato a sacrificare la propria vita per una battaglia sulla quale non ha alcuna leva.

11. Difendere la concorrenza senza essere ipocriti
Non combattete indistintamente chi occupa una posizione forte. Distinguete tra chi ha investito secondo le regole esistenti e chi entra in un mercato sostenuto da capitali enormi, può operare in perdita per anni e punta a svuotarlo dei suoi operatori per controllarlo.
Il tassista che ha acquistato una licenza costosa non è semplicemente un monopolista: può essere anch’egli vittima di un sistema mal progettato. La discussione sulle piattaforme come Uber dovrebbe partire da questa distinzione, senza confondere l’innovazione con il diritto di conquistare un mercato a qualunque costo.
La vera concorrenza non consiste nel premiare chi può sopportare le perdite più a lungo, ma nel creare condizioni corrette per tutti. Quando siete piccoli invocate la concorrenza; quando diventate forti, non trasformate il vostro successo in una barriera per gli altri.

12. Agire significa fare
Non limitatevi a lamentarvi in silenzio della vostra condizione: agite per cambiare ciò che non vi piace, assumendovi i rischi e imparando dagli errori.
Ricordate però che agire non significa protestare fine a sé stessa. Significa fare, costruire e proporre.
Significa trasformare un’idea in un progetto, una critica in una soluzione, una difficoltà in un percorso possibile.

La ribellione utile non è quella di chi contesta tutto senza costruire nulla. È quella di chi studia, lavora, si assume responsabilità, entra nei luoghi in cui si decide, prova a migliorare ciò che ha vicino e cambia strada soltanto quando ha verificato che non esistono più margini.
Il futuro dei giovani non passa dalla ricerca di un mondo perfetto, né dalla protesta permanente contro ogni regola. Passa dalla capacità di capire il mondo reale, imparare a muoversi dentro di esso e costruire qualcosa che prima non c’era.

Non basta avere ragione. Bisogna diventare capaci di fare.

 

Thomas Volontè



Riferimento di partenza: Luca Foresti, Il futuro dei giovani passa per una (sana) ribellione e 14 azioni, Econopoly–Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2020.

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Il migliore amico di mio figlio è un’IA

Una volta i genitori avevano paura delle cattive compagnie.
Oggi il problema è peggiore: molti ragazzi non hanno più nemmeno bisogno degli esseri umani.

Parlano con un’intelligenza artificiale.

La cercano appena si svegliano.
Le raccontano come stanno.
Le confidano le proprie insicurezze.
Le chiedono consigli sentimentali, scolastici, emotivi.
A volte perfino esistenziali.

E la cosa più inquietante è che l’IA risponde sempre.

Sempre disponibile.
Sempre gentile.
Sempre paziente.
Sempre pronta a dire esattamente ciò che il ragazzo vuole sentirsi dire.

Il problema è che un adolescente non ha bisogno di qualcuno che gli dia sempre ragione.
Ha bisogno di confronto.
Di limiti.
Di frustrazione.
Di silenzi.
Di relazioni vere.

Invece stiamo creando una generazione che cresce parlando con macchine addestrate a trattenere attenzione e creare dipendenza emotiva.

Molti genitori non se ne accorgono nemmeno.
Pensano che il figlio stia “usando il telefono”.
In realtà sta costruendo un rapporto emotivo con un algoritmo.

Un rapporto che spesso appare più semplice di quello con gli esseri umani.

L’IA non giudica.
Non interrompe.
Non litiga.
Non critica.
Non si stanca mai.

Ed è proprio questo il pericolo.

Perché la vita reale funziona al contrario.

Le relazioni vere sono complicate.
Le persone vere deludono.
Gli amici veri contraddicono.
I genitori veri mettono regole.

Un chatbot invece è progettato per restare.
Per farsi usare ancora.
Per diventare una presenza costante.

E così, lentamente, alcuni adolescenti iniziano a preferire una conversazione artificiale a una reale.

Meno fatica.
Meno rischio.
Meno dolore.

Ma anche meno crescita.

La domanda che dovremmo farci è terrificante:

stiamo davvero crescendo ragazzi capaci di vivere nel mondo reale…
o ragazzi che riescono a sentirsi bene solo dentro una conversazione artificiale?

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La scuola dovrebbe bastare?

Ogni volta che si parla di ripetizioni emerge sempre la stessa domanda:

“Ma non dovrebbe essere la scuola a fare tutto questo?”

È una domanda legittima.
E anche molto complessa.

Da una parte esiste l’idea che il sistema scolastico debba essere autosufficiente:

  • spiegare;
  • recuperare;
  • personalizzare;
  • seguire chi resta indietro;
  • valorizzare chi va più veloce.

Dall’altra parte però c’è la realtà quotidiana delle classi:

  • tanti studenti;
  • tempi stretti;
  • programmi lunghi;
  • livelli molto diversi tra loro;
  • difficoltà emotive e organizzative sempre più diffuse.

La scuola non è progettata per essere individuale

Anche il miglior docente del mondo, davanti a:

  • 25 studenti;
  • bisogni differenti;
  • ritmi diversi;
  • livelli diversi di attenzione;

non può realisticamente costruire un percorso completamente personalizzato per ciascuno.

Ed è qui che spesso entrano in gioco le ripetizioni.

Non necessariamente perché la scuola “non funziona”, ma perché il supporto individuale ha caratteristiche completamente diverse:

  • tempi personalizzati;
  • possibilità di fermarsi;
  • meno pressione sociale;
  • rapporto uno a uno;
  • spiegazioni adattate allo studente.

Il problema non è solo il voto

Molti immaginano le ripetizioni come:
“prendo insufficienza → faccio lezione”.

In realtà oggi le famiglie cercano supporto anche per:

  • metodo di studio;
  • organizzazione;
  • gestione dell’ansia;
  • motivazione;
  • continuità;
  • preparazione esami;
  • recupero di fiducia.

A volte il problema non è capire la matematica.
È riuscire a sedersi alla scrivania senza andare nel panico.

Ripetizioni: lusso o necessità?

Qui si apre un tema enorme.

Per molte famiglie le ripetizioni rappresentano:

  • una spesa importante;
  • un sacrificio economico;
  • una scelta difficile.

E infatti il dibattito sociale resta apertissimo:
è giusto che il supporto scolastico extra dipenda dalla disponibilità economica della famiglia?

Domanda legittima.
Ma nel frattempo milioni di genitori continuano comunque a cercare aiuto, perché davanti alla difficoltà concreta del proprio figlio spesso prevale il bisogno immediato di trovare una soluzione.

Il rischio più grande

Il rischio non è fare ripetizioni.

Il rischio è usarle male:

  • senza obiettivi;
  • senza metodo;
  • senza costruire autonomia;
  • trasformandole in una dipendenza permanente.

Le ripetizioni migliori dovrebbero avere un obiettivo chiaro:
aiutare lo studente a diventare progressivamente più autonomo.

Non creare un rapporto in cui non riesce più a studiare senza qualcuno accanto.

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Ha senso fare ripetizioni?

Molti genitori, almeno una volta, se lo sono chiesto: ha davvero senso fare ripetizioni?

C’è chi sostiene che dovrebbe essere la scuola a occuparsi completamente del recupero delle difficoltà scolastiche e chi invece, più pragmaticamente, decide di investire in un supporto esterno per aiutare il proprio figlio a stare al passo.

Ma nel mezzo di questo dibattito ci sono gli studenti.
E spesso sono proprio loro a vivere le ripetizioni in modi completamente diversi.

C’è chi le percepisce come un’imposizione:
“Ho già fatto scuola tutto il giorno, perché devo continuare anche il pomeriggio?”

E c’è chi invece le vive come una vera ancora di salvezza. Per alcuni ragazzi, senza un supporto personalizzato, recuperare da soli diventa troppo difficile, troppo pesante, a volte quasi impossibile.

Dal nostro osservatorio di Il Cubo, dopo anni di lavoro con studenti di età e scuole diverse, ci siamo accorti che il mondo delle ripetizioni è molto più complesso di quanto sembri.

Per questo abbiamo iniziato a ragionare su due grandi dimensioni:

  • la frequenza delle lezioni;
  • il grado di autonomia sviluppato dallo studente.

La frequenza: ogni studente ha un bisogno diverso

Non esiste una formula universale.

Ci sono studenti che usano le ripetizioni “spot”, solo quando serve:

  • prima di una verifica;
  • durante un periodo difficile;
  • per recuperare un argomento specifico.

Altri invece lavorano con una frequenza media, ad esempio:

  • 2 o 3 ore a settimana;
  • distribuite su due giorni;
  • come supporto costante.

E poi ci sono situazioni più intense:

  • studenti con forti lacune;
  • percorsi di recupero;
  • preparazioni a esami;
  • ragazzi che hanno perso fiducia e necessitano di continuità.

In questi casi si può arrivare anche a più incontri settimanali.

Il vero punto: quanto è autonoma la lezione?

Qui però arriva la parte più interessante.

Non tutte le ripetizioni sono uguali.
Anzi, spesso il problema non è quante ore si fanno, ma come vengono fatte.

Esistono lezioni dove:

  • il docente praticamente “fa i compiti” allo studente;
  • semplifica tutto;
  • prepara riassunti pronti;
  • guida ogni passaggio.

Nel breve periodo questa soluzione può sembrare efficace.
Lo studente prende magari anche un voto sufficiente.

Ma nel lungo periodo rischia di diventare dipendente dalla ripetizione.

Dall’altra parte esistono percorsi molto più orientati all’autonomia:

  • comprensione del metodo;
  • organizzazione dello studio;
  • gestione del tempo;
  • tecniche per affrontare quella specifica materia;
  • costruzione della sicurezza personale.

In questo caso la ripetizione non serve solo a “superare la verifica”, ma a ridurre progressivamente il bisogno stesso della ripetizione.

Le quattro grandi tipologie di ripetizione

Incrociando frequenza e autonomia, emergono situazioni molto diverse.

1. Alta frequenza + bassa autonomia

È il caso più delicato.
Lo studente usa molte ore ma resta dipendente dal docente.

2. Alta frequenza + alta autonomia

Situazione tipica di:

  • percorsi intensivi;
  • recuperi importanti;
  • preparazioni esami.

Le ore sono tante, ma servono per costruire metodo e indipendenza.

3. Frequenza spot + bassa autonomia

La classica “lezione tappabuchi”.
Può funzionare nell’emergenza, ma raramente risolve il problema alla radice.

4. Frequenza spot + alta autonomia

Probabilmente il modello più sostenibile:
pochi incontri mirati, molto lavoro personale, buona capacità organizzativa.

Quindi: le ripetizioni servono oppure no?

La risposta più onesta è:
dipende da come vengono utilizzate.

Le ripetizioni possono diventare:

  • un semplice “cerotto” temporaneo;
  • oppure uno strumento per costruire autonomia, metodo e sicurezza.

La differenza la fanno:

  • il tipo di docente;
  • il metodo utilizzato;
  • il coinvolgimento dello studente;
  • gli obiettivi del percorso.

E soprattutto una domanda:
stiamo cercando qualcuno che “faccia andare avanti” il ragazzo… oppure qualcuno che gli insegni davvero come camminare da solo?

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Metodo di studio: non serve solo a chi va male a scuola

Quando si parla di metodo di studio, molti pensano subito allo studente in difficoltà: brutti voti, insufficienze, interrogazioni andate male.
In realtà, il metodo di studio non serve solo a “recuperare”.
Serve soprattutto a studiare meglio, con meno stress e meno tempo perso.
Ci sono ragazzi che prendono anche buoni voti ma passano interi pomeriggi sui libri, si organizzano male, dimenticano rapidamente quello che studiano o arrivano esausti a fine anno.
Altri invece studiano tanto ma in modo poco efficace: rileggono dieci volte le stesse pagine, sottolineano tutto, ripetono in modo passivo o si distraggono continuamente.
Avere un buon metodo non significa studiare di più.
Significa capire:

  • come concentrarsi meglio;
  • come memorizzare in modo più rapido;
  • come organizzare il tempo;
  • come affrontare materie diverse;
  • come evitare ansia e accumulo;
  • come diventare più autonomi.

E soprattutto significa capire che non esiste un metodo universale valido per tutti.
C’è chi apprende meglio con mappe e schemi.
Chi ha bisogno di ripetere ad alta voce.
Chi memorizza facendo esercizi pratici.
Chi necessita di tecniche per mantenere la concentrazione.
Chi deve imparare a programmare lo studio e non arrivare sempre all’ultimo.
Per questo motivo un vero percorso sul metodo di studio non insegna “la tecnica magica”, ma propone strumenti diversi per aiutare ogni studente a costruire un metodo personale, efficace ed efficiente.
Perché il punto non è passare ore sui libri.
Il punto è ottenere risultati migliori, con maggiore serenità e con una gestione più intelligente del proprio tempo.
E spesso la differenza tra uno studente costantemente sotto pressione e uno più tranquillo non è l’intelligenza.

È il metodo.

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